venerdì 15 dicembre 2017

Caso Donnarumma, uno squallido teatrino


lunedì 11 dicembre 2017

"Con il Var non ci saranno più polemiche in Serie A"...dicevano...


lunedì 13 novembre 2017

Il gigante Buffon e il piccolo Ventura. Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior





Più passa il tempo, più la delusione e l'amarezza aumentano. Ci sarà chi dirà che siamo esagerati, che in fondo è solo "pallone", ma io quando leggo o ascolto queste cose sorrido con un velo di tristezza, pensando a persone anche un po' aride, che non riescono a capire il peso delle emozioni, soprattutto in un mondo come quello odierno.  L'Italia fuori dai Mondiali, impensabile, quasi incredibile. Eppure è così. Un'estate da spettatori, senza poter tifare per i propri portacolori, senza unirsi al momento dell’inno, senza urlare, imprecare, gioire, disperarsi. Niente. 

Chissà se ora mio padre a ridosso della kermesse deciderà di realizzare al computer il tabellone dei Mondiali con gironi e classifiche, o se farà i suoi pronostici studiando le avversarie. L’ho visto disincantato, lui probabilmente ha visto qualche partita più di me e aveva capito subito che questo gruppo (non parlo solo delle ultime due partite) non offriva diciamo così garanzie. Ecco allora le fughe tattiche a fumare durante le sfide, proprio quando la pazienza arrivava al limite. 

Il sottoscritto invece è incazzato. Nero. E mi chiedo a prescindere dai limiti tecnici, e tattici, come sia stato possibile gettare alle ortiche lo spirito e la magia che si era creata nel gruppo legato alla gestione Conte. Una squadra quasi simile, eppure priva di anima, di feeling. 

Tutto andato via via scemando, anzi no. Le cose almeno dal punto di vista dei risultati andavano anche benino fino alla notte di Madrid. Alla scelta scellerata e presuntuosa di giocare con il 4-2-4 e con quegli interpreti contro la Spagna. Da lì in poi il tracollo. Certo non sono arrivate sconfitte, ma la squadra si è persa, il gruppo si è sfaldato e l’allenatore si è confermato non all’altezza fino all’incubo svedese, incastrato dalla sua stessa presunzione, alimentata dai vertici federali.

La Svezia, squadra modesta, che ha giocato esattamente come chiunque si aspettava giocasse e che ha conquistato il suo obiettivo con merito, contro un’Italia che non è riuscita a fare un gol in due partite. Male, molto male. Certo, grande generosità a San Siro, ma offensive a testa bassa, senza un’idea precisa di gioco e con scelte ancora molto discutibili. Jorginho (tra i migliori, ma esordiente in una sfida ufficiale), Gabbiadini, Florenzi in mezzo al campo, difensori invitati a portare palla, senza un briciolo di manovra organizzata.

E poi come se non bastasse, il peggio arriva persino dopo il fischio finale. Le lacrime di Buffon sono la certificazione del CAMPIONE. Dell’uomo che ci mette la faccia, a 40 anni, dopo tante battaglie e non per il 6° Mondiale non disputato ma per il non essere riuscito (a suo dire) a prendere per mano la squadra e regalare una gioia a tifosi. Grazie Gigi, sei e sarai sempre un CAPITANO. Unico. 


Già perché lui comunque ci ha messo la faccia, come De Rossi, Barzagli e Chiellini. Che pagano per tutti con l’addio alla Nazionale. Chi invece non dice addio alla Nazionale subito, come forse avrebbe dovuto fare è il ct. Ventura. Il principale responsabile di una disfatta assoluta. Di un flop epocale. Come di chi ha deciso ad agosto, prima della Spagna di rinnovargli in contratto fino al 2018. Un’assurdità. Per il suo addio comunque è solo questione di tempo (speriamo), e noi siamo qui a sperare visto che “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. 

giovedì 24 marzo 2016

Arrivederci Cruyff, e grazie per lo spettacolo



Cruyff. Un'eredità immensa. Una leggenda. Un calciatore che andava a mille, a livello fisico-calcistico ma anche a livello mentale e stilistico, quando tutti andavano a cento. È sempre stato avanti. In tutto. In quelli che forse sono stati gli anni più "strani" della storia. Un'eccessività sobria. E poi quel carisma. Quella personalità. Quando il calcio era un'altra cosa forse, non uno spettacolo spesso grottesco. Grazie di tutto campione, la saluta uno che avrebbe tanto voluto vederla dal vivo e rimanere a bocca aperta davanti alla sua classe.

mercoledì 2 marzo 2016

Inter-Juventus, e m'innamoro ancora del calcio



Partiamo dalla fine. La Juventus che esulta al Meazza. Prevedibile: il 3-0 dell’andata rappresentava quella che i telecronisti old style definirebbero come “una seria ipoteca” sulla qualificazione in finale di Coppa Italia. La festa bianconera però “nasconde” 120 minuti in cui il calcio si è palesato in tutta la sua bellezza e in tutta la sua crudeltà. 

E così un’Inter vittima sacrificale tira fuori quegli attributi che solo domenica sera sembravano inesistenti (secondo il ds Ausilio), e stende una Juve forse troppo sicura, versione “la gestiamo senza patemi”. 3-0 e inerzia del match in pugno. Il tempo scivola: veloce per l’Inter, lentissimo per una Juve che scopre di potersi trovare in difficoltà come forse mai in questa stagione. I fuochi d’artificio dei supplementari. 3-0 e inerzia del match in pugno. 

Chi l’avrebbe mai detto? Ecco i fantasmi, ecco che cambia tutto, ecco che il pensiero s’insinua tra tifosi e giocatori “hanno recuperato 3 gol, hanno il morale alto, contro chi sa di aver dilapidato un vantaggio enorme. Sarà finale!”. Dal dischetto però il copione cambia ancora. Ragazzi, è il calcio: bello quanto crudele, prevedibile quanto imprevedibile. Il finale lo conosciamo già. Ma stasera sia chi ha vinto che chi ha perso si è innamorato ancora una volta di quel folle pallone. 

Marco Beltrami